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infantilismo democratico

Da quando ricordo, raramente siamo riusciti, in questo Paese a completare una legislatura. Le regole del gioco democratico, evidentemente, non piacciono ai partiti politici nostrani, ai centri di potere che operano in Italia, agli apparati di pressione di ogni colore e tendenza. E nemmeno agli italiani e ai loro rappresentanti politici sono di pieno gradimento. Tutto questo invocare, perennemente, le elezioni anticipate non porta da nessuna parte e dimostra solamente il nostro infantilismo politico.

Il Governo Berlusconi non è certamente un esempio di perfezione amministrativa ma, per essere onesti, non lo è stato nemmeno il Governo Prodi che lo ha preceduto e il ritornare alle elezioni anticipatamente non ha risolto di certo i problemi della governabilità del Paese. I papocchi dei ribaltoni e delle maggioranze trasversali soddisfano solamente il protagonismo di certe "prime donne” della politica o di certe forze intrallazzatrici istituzionalizzate ma non sono utili ai cittadini e ai loro reali bisogni.

La Democrazia ha le sue regole e tra le principali, se non la principale, vi è quella che chi vince le elezioni (nel bene e nel male) deve dimostrare di essere in grado di realizzare quello che ha promesso nel corso della campagna elettorale. E chi le perde ha il dovere, almeno nei confronti di chi l’ha votato, di riorganizzarsi politicamente per presentarsi alla naturale scadenza elettorale con argomentazioni e con una organizzazione politica più convincente e sensibile ai problemi dei cittadini.

Di questa manfrina sulle serate mondane di Berlusconi a me personalmente non è mai interessato niente. Anzi! dirò di più: l’insistenza con la quale gli uomini pensanti della sinistra italiana, e della informazione che la rappresenta, mi ha fatto e mi fa girare un poco le scatole; mi ha fatto e mi fa ripensare alle motivazioni e alle ragioni della mia scelta politica che credevo essere basata su principi essenziali (Democrazia, Costituzione, Laicità dello Stato, Mondo del lavoro, Economia, Istruzione, ecc.); mi ha fatto e mi fa capire che la sinistra italiana aggrappandosi al gòssip, anziché alla sostanza delle cose, ha quasi sicuramente  toccato il proprio limite propositivo inferiore.

A questo punto, avrete capito chiaramente che di “annozero” e del suo conduttore televisivo; della D’Addario e delle sue carissime amiche professionali; delle paginate e paginate pubblicate, oramai da alcuni mesi, ogni giorno da tutti i giornali e settimanali di sinistra, di centro e di destra non me ne può fregare meno che meno. Anzi! dirò di più: una volta, quando la sinistra faceva il proprio mestiere di occuparsi dei problemi della gente di sinistra, quando ci si ritrovava nelle Sezione di Partito si parlava di lavoro, di lotte sindacali, di Feste dell’Unità non certo di prostitute d’alto bordo.

le regole del gioco

Per capire se questo Paese potrà salvarsi e uscire dalla fase di strisciante declino nella quale si trova oramai da parecchi anni bisogna avere il coraggio di capire cosa avviene nelle stanze deputate alla politica; nelle stanze dove siedono comodamente quei signori e quelle signore che abbiamo democraticamente eletto a rappresentarci. Inoltre bisogna cercare di capire la funzione degli altri personaggi che, per professione, fanno da contorno alla politica percorrendo instancabilmene i corridoi che delimitano le stanze del potere: giornalisti, questuanti istituzionali, dispensatori di lodi, presunti arbitri, eccetera.

Per capire bene bisogna avere il coraggio di ascoltare alla radio, in diretta, le sedute del Parlamento trasmesse da GR Parlamento o da Radio Radicale. Ci si rende conto, allora, che i guai di questo Paese sono dovuti alla confusione di idee e di proposte che sta alla base dell’azione politica italiana. Confusione che non viene mai abbastanza stigmatizzata da tutti quei personaggi di comodo che scodinzolano attorno ai presunti potenti. Questa confusione è dovuta al fatto che, nonostante i gravi problemi da affrontare, ogni politico persevera imperterrito a coltivare il proprio piccolo orticello. Tutti continuano a trainare il carozzone italiano di qua e di là, di su e di giù e l’immobilità totale è perennemente assicurata. Poi tutti a piangere lacrime da coccodrillo appena crolla un soffitto all’interno di una scuola pubblica.

Per uscire dalla crisi politica occorre a mio avviso che si stabiliscano delle precise e vincolanti regole del gioco politico alle quali ogni partecipante dovrà attenersi. Ora come ora queste regole sono stabilite dagli stessi giocatori che se le modellano a piacere di volta in volta. Occorre dar vita a una specie di “Consiglio dei Saggi per la prassi politica” che, democraticamente eletto e nello spirito e sull’esempio dell’Assemblea Costituente, stabilisca preventivamente e dall’esterno quali debbano essere gli ambiti, le competenze e le responsabilità dei rappresentanti della politica italiana. L’attuale autogestione della prassi politica finora ha dimostrato di non portare da nessuna parte; solamente alla salvaguardia e al consolidamento delle Caste e all’allargamento della piattaforma dei privilegi. Ha portato alla confusione dei ruoli e alla deresponsabilizzazione generalizzata; a un continuo fare e disfare; allo spreco di preziose risorse economiche; all’eterno indecisionismo.

la giacchetta

E tutti a tirargli la giacchetta: chi di qua, chi di là. Nemmeno dalle parti di Roma hanno adottato la loro abituale diplomazia e hanno detto perentoriamente cosa deve essere fatto e cosa deve non essere fatto. E la cosa più significativa, e a mio avviso preoccupante, è proprio questo modo diretto e franco di far sapere al futuro Presidente degli Stati Uniti d’America chi, in definitiva, comanda. Ogni lobby pretende di rappresentare il popolo votante, l’intera popolazione, e richiede all’eletto il presunto pagamento del relatio ticket. Le lobby, in realtà, rappresentano solamente delle minoranze (se pur ben organizzate) e non è detto che i loro componenti si schierino compatti tutti da una sola parte in occasione delle contese elettorali. Dire cosa deve essere fatto e cosa non deve essere fatto significa in definitiva non aver nessun rispetto del voto democraticamente espresso dal popolo.

lobbysmo democratico

Se Dio vuole oggi ci si libera, finalmente, del signor Bush. Otto anni di disgrazie ci sono piovute addosso: i peggiori anni che io ricordi e non è solo perché sono i più recenti. Come poveri cristi, come indifesi abitanti della terra ci è piovuto addosso di tutto: terrorismo assassino, inutili e assurde guerre per il dominio del mondo, una economia impazzita, l’aumento della povertà individuale e complessiva, una crescente insicurezza sociale.

Tuttavia, bisogna, per onestà, dire che Bush è stato solo un simbolo, una maschera: dietro a Bush c’era e c’è il lobbysmo americano che si sentiva pienamente rappresentato da Bush. Così come dietro a qualsiasi altro Presidente degli Stati Uniti d’America (o di qualsivoglia altra Nazione del mondo) ci saranno sempre le lobby che stabiliranno le regole del gioco politico.

Importante sapere che l’espressione di voto, la scelta democratica che sta alla base della nostra Democrazia, altro non è che la scelta di un simbolo, la scelta di una maschera. Che vinca Obama o che vinca McCain importante è capire se il lobbysmo democratico americano abbia compreso che la strada che ha imboccato in questi ultimi otto anni è una strada che porta solamente alla distruzione della civiltà occidentale.

inconcludenza politica

Sono mesi e mesi che parlano della questione Alitalia. Fiumi e fiumi di parole. Paginate e paginate scritte, trasmissioni radiofoniche e televisive con dibattiti tra i migliori esperti dell’Italia che conta. Politici impegnati a salvaguardare più i loro interessi di partito che quelli degli italiani e ancora non siamo arrivati a capo di niente. Se tutto va secondo i loro progetti dicono che, forse, dal primo dicembre prenderà il volo il primo aereo di questa fantasiosa nuova società di bandiera.

Il male dell’Italia è perfettamente sintetizzato da questa prassi inconcludente che, applicata a tutti gli aspetti della vita pubblica porta a far sì che tutte le cose importanti si sa quando iniziano ma non si sa quando, e come, si concludono.

siamo al bivio

O troviamo la strada per rinnovarci nel modo di fare proposta politica o il nostro limite è, purtroppo, segnato. Il limite ci porta al Circo Massimo a sentire cose già sentite e a dimostrare in quanti siamo rimasti con la voglia di partecipare. Capiamoci bene: la manifestazione e la partecipazione è stata importante; l’organizzazione pure e, se ce ne fosse stato bisogno, si è dimostrato ancora una volta che non si sta parlando di un partito di carta ma di un partito composto da gente vera. Ma purtroppo, oggi, questo non è più sufficiente: non basta più; è un’arma del passato. Ora occorre trovare strade nuove, occorre proporre e contrapporre soluzioni a soluzioni.

La linea politica governativa e quella dei ministeri ad essa collegati deve essere combattuta, se non condivisa, con altrettante chiare proposte alternative. Cavalcare la tigre del dissenso senza indicare concrete e fattibili alternative non sempre ripaga in termini politici. Anche se momentaneamente si occupano tutti gli spazi radiotelevisivi e d’informazione a kermesse finita le delusioni e i magoni sono, quasi sempre, più delle soddisfazioni e il consenso non è sempre garantito. Il consenso si regge sulla fattibilità e realizzazione dei progetti anche quando partono da lontano e si incamminano simbolicamente verso il Circo Massimo.

le ragioni di una sconfitta

Il problema non è quello che Cofferati abbia annunciato che non si ricandiderà alle prossime elezioni amministrative per il Comune di Bologna ma è quello che la sinistra, in tutte le sue trasformazioni, dal PCI all’attuale PD, non abbia mai saputo esprimere un suo rappresentante nato e cresciuto sul territorio bolognese. Tranne Dozza tutti i Sindaci eletti dalla sinistra dal dopoguerra ad oggi erano personaggi di partito nati in altri luoghi e cresciuti politicamente su realtà territoriali differenti. Questo non è insignificante: dimostra chiaramente che Bologna è una città occupata dalla politica e dai suoi apparati organizzativi e di potere. Una sinistra che non riesce a proporre per le elezioni amministrative un proprio rappresentante nato sul territorio e cresciuto a contatto della realtà dei cittadini che deve amministrare, a lungo andare, pone dei quesiti irrisolvibili, anche ai suoi potenziali elettori.

è ora di capire una cosa

E’ ora di capire una cosa, anzi due! Primo: il PD, la sinistra nel suo insieme, noi uomini e donne di sinistra abbiamo perso le ultime elezioni politiche. Secondo: la laicità dello Stato italiano non è un optional. E se anche la causa e l’effetto sembrano apparentemente indipendenti, a mio avviso, invece, sono strettamente legate ed interdipendenti. Le elezioni sono state perse, anche e non solo, perché questa classe dirigente di sinistra che ambisce a rappresentare e a guidare la gente di sinistra del ventunesimo secolo non solo ha poca fantasia politica ma non trova, o gli manca proprio, la forza di assumere e indicare soluzioni politiche veramente laiche.

Ne avremmo fatto volentieri a meno ma oggi se ne è avuta una ulteriore conferma quando Marco Minniti, nella sua veste di Ministro ombra dell’Interno, ha condiviso pienamente quanto ha affermato, in maniera categorica e insindacabile, L’Osservatore Romano sulla questione immigrazione. In Italia, quasi nessuno (e men che meno il maggior partito di opposizione) ha il coraggio di fare appunti o cavillare su quanto viene affermato, quasi dogmaticamente, dagli organi ecclesiastici o dai loro maggiori rappresentanti. Sembra quasi che nel nostro Paese i politici, gli operatori dell’informazione, gli intellettuali subiscano una specie di blocco mentale che ipedisce loro di dialogare e di confrontarsi dialetticamente con i rappresentanti del Clero. Prendere o lasciare; e per pigrizia mentale e quieto vivere quasi sempre si rinuncia ad un democratico confronto.

L’Osservatore Romano e la Caritas dovrebbero cercare di capire, a mio avviso, che una cosa è discettare sull’accoglienza e una cosa è attuare realmente e realisticamente l’accoglienza. Una cosa sono i principi (cristiani, umanitari, di fratellanza) una cosa è la realtà con la quale ci si deve confrontare. Vi sono limiti invalicabili posti dall’ambiente e dalla gente che vive sul territorio che non possono essere superati dogmaticamente. Vi sono limiti imposti dalle diverse abitudini di vita. Vi sono limiti posti dall’incomprensione del pensiero espresso attraverso linguaggi differenti. Vi sono limiti posti dalle reali capacità economiche di spesa per alloggi, ospedali, scuole e anche, purtroppo, luoghi di detenzione. Vi sono limiti posti dalla reale sensibilità religiosa di un popolo, quello italiano, che statisticamente è tutto cattolico ma comportamentalmente è assolutamente laico e indifferente.

colpevole insipienza

Solo i politici, i media e gli operatori istituzionali della bontà non avevano capito che si sarebbe arrivati a questo punto. Tutti gli altri italiani l’avevano capito da gran tempo: la bomba migrante dell’immigrazione incontrollata sarebbe, prima o poi, esplosa. Ora, i vari buonisti di turno, vilmente, minimizzano per non dare troppa rilevanza ai disordini e alle inevitabili conseguenze ma il problema dell’immigrazione, in tutta la sua gravità, resta.

Resta il problema dell’accoglienza che non può non avere, almeno, limiti numerici. Resta il problema della sistemazione decente e dignitosa degli immigrati che non può essere quella delle baraccopoli o degli scantinati condominiali o quella dei ruderi abbandonati in aperta campagna. Resta il lavoro reale e dignitoso (ma questo ora scarseggia anche per gli italiani) che non può essere certamente quello dello sfruttamento, del commercio abusivo, dello spaccio o della prostituzione. Resta il problema della reale garanzia dei diritti civili e religiosi anche se questi non sempre si conciliano con quelli indicati dai rappresentanti della fede cattolica.

Resta poi il problema del controllo accurato e serio degli ingressi per evitare che assieme alla brava gente arrivi anche un discreto numero di delinquenti comuni o organizzati in clan perché di faide spietate e sanguinarie, infatti, in Italia, ne avevamo già viste abbastanza fino ad ora. Di nuove cruenti lotte ne avremmo fatto volentieri a meno.

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